(a cura di Gabriele D’Adda – Politecnico di Torino)
All’alba di giovedì 23 ottobre 2025, in via Michelino a Bologna, è iniziato l’ennesimo sfratto eseguito in città negli ultimi mesi, questa volta con una violenza eccezionale.
L’intervento della polizia in assetto antisommossa e il muro sfondato a martellate servivano a sfrattare una famiglia, per ristrutturare l’appartamento e metterlo a profitto. Il giorno dopo, per rispondere alla mancanza di soluzioni abitative per le famiglie sfrattate, PLAT – Piattaforma di Intervento Sociale, un movimento per il diritto all’abitare attivo a Bologna, ha rilanciato la vertenza sul diritto all’abitare trasformando un altro stabile di proprietà pubblica vuoto da anni in una casa temporanea per famiglie sfrattate. Oltre 140 persone, tra cui 72 minori, si sono trasferite nell’edificio in via Don Minzoni e hanno iniziato a ripulire e sistemare gli spazi. Mercoledì 2 novembre, dopo aver trovato un accordo grazie ad un tavolo negoziale tra PLAT, il Comune, la Questura e la Prefettura di Bologna, le famiglie hanno lasciato l’immobile per trasferirsi in altre soluzioni abitative individuate per loro.
Il violento sfratto di Bologna ha avuto una risonanza mediatica nazionale, contribuendo ad attivare un dibattito pubblico su sfratti, crisi abitativa e le possibili soluzioni. Su questo sfondo, ho proposto a PLAT, uno degli attori principali attivi nel contrastare gli sfratti e le loro drammatiche conseguenze a Bologna, di condividere una riflessione su quanto successo. Può infatti essere utile chiarire il punto di vista di movimenti sociali e comitati antisfratto, che giocano un ruolo spesso fondamentale in questa partita, pur senza avere grande visibilità pubblica. A tal fine, abbiamo costruito una sorta di “riflessione collettiva” con PLAT.
Cos’è PLAT e perché si definisce un sindacato metropolitano
PLAT è un movimento sociale nato nel 2022 a Bologna dall’incontro tra realtà sindacali e collettivi della città, con l’intenzione di aprire un processo di organizzazione sociale e di mobilitazioni e vertenze adeguate al contesto sociale e urbano in profonda trasformazione della nostra città. Quello su cui stiamo ragionando è una sorta di “social movement unionism”, ossia di “movimento sociale sindacale” in grado di sperimentare forme di inchiesta, agitazione e organizzazione di ampie fasce sociali che lavorano e abitano Bologna, ma che sono lontane dalle classiche forme sindacali. “Sindacato metropolitano” è uno spazio da inventare e costruire in modo collettivo per aprire una nuova stagione di rivendicazione e riconquista di diritti, risorse, possibilità di vita..
Perché si è arrivati alla decisione di riaprire lo stabile in via Don Minzoni e trasformarlo in una casa, almeno temporanea, per le persone sfrattate
Il comitato antisfratto di PLAT negli ultimi anni è intervenuto in decine di sfratti a fianco delle famiglie, spesso riuscendo a ottenere rinvii e sospensioni. Con l’entrata in vigore del DDL Sicurezza, c’è stata un’escalation di violenza nella gestione degli sfratti a Bologna. A inizio settembre, è stata inaugurata la pratica dello “sfratto a sorpresa” con lo sfratto eseguito senza preavviso, alle sei del mattino, dopo che il giorno prima era stato sospeso. In un altro caso una famiglia che aveva sempre pagato l’affitto è stata sfrattata dalla casa popolare gestita da ACER (Azienda Casa Emilia-Romagna) solo perché non era presente durante un controllo.
La vertenza in via Don Minzoni aveva quindi un duplice obbiettivo. Da un lato rispondere a questa escalation, trovando una soluzione al bisogno immediato delle persone sfrattate. Dall’altro lato, rendendo quello stabile pubblico vuoto una casa di transizione si è costruita una forma di vertenza per risolvere il problema di tali persone, protestare contro quanto stava avvenendo, e spingere per una moratoria dell’uso della forza negli sfratti.
Quali risultati ha portato la mobilitazione
Le persone sfrattate e senza casa sono state collocate dai servizi sociali in alberghi dentro la città e saranno inserite nei percorsi di transizione abitativa del Comune di Bologna. Le persone in attesa di uno sfratto programmato sono rientrate nelle proprie case, con la garanzia che non si ripeteranno sfratti violenti e che si terranno ulteriori negoziazioni per trovare soluzioni abitative alternative. Un altro risultato che questa mobilitazione ha almeno in parte contribuito a raggiungere è stato lo stanziamento complessivo di quasi un miliardo di euro (300 milioni dalla regione Emilia-Romagna e 600 milioni dal governo) destinato alle politiche abitative.
Tuttavia, quella che stiamo vivendo, a Bologna come altrove, non è un’emergenza, ma è una crisi abitativa legata a ragioni strutturali. In questo contesto sono necessarie risorse e politiche pubbliche a tutti i livelli. Le ricette esistono, dall’introduzione del controllo degli affitti alle moratorie sugli sfratti fino alle esperienze di autorecupero del patrimonio pubblico in disuso come fatto a Bologna con l’esperimento di Carracci Casa Comune. Quello che manca è la volontà politica di garantire il diritto all’abitare, se necessario anche limitando quel diritto alla proprietà che spesso diventa diritto alla rendita e alla speculazione. In questi anni abbiamo visto e vissuto cosa significa non avere una casa o rischiare di perderla. Non si tratta solo di un tetto sulla testa, si tratta della possibilità e del diritto di autodeterminarsi, di accedere alle cure mediche, di lavorare, di andare a scuola, di essere felici e di avere una vita bella.
Quanto successo a Bologna, purtroppo, non rappresenta un caso isolato, ma è il sintomo di una crisi abitativa strutturale, che ha radici profonde e che colpisce sempre più città e province italiane. L’esperienza, le pratiche politiche e di organizzazione dal basso e le proposte di movimenti sociali come PLAT sono fondamentali per dare una risposta all’altezza di questa crisi.
2025-11-11T13:45:31Z