Il sistema di monitoraggio del traffico realizzato in Alto Adige tramite una rete di telecamere intelligenti capaci di leggere automaticamente le targhe si è scontrato con un limite fondamentale: quello imposto dal diritto alla protezione dei dati personali. Il Garante ha dichiarato illegittimo il trattamento, ha comminato alla Provincia di Bolzano una sanzione da 32mila euro e ha ordinato la cancellazione immediata dei dati raccolti. L’iniziativa, nata da un protocollo d’intesa che coinvolgeva Provincia, Comuni, forze dell’ordine e Questura, prevedeva l’installazione di 124 dispositivi lungo le principali arterie. Un progetto ambizioso, certo, ma privo di una cornice normativa adeguata a sorreggere un monitoraggio così capillare.
Durante l’istruttoria, l’amministrazione provinciale ha sostenuto che il sistema fosse pienamente conforme alle competenze istituzionali e che le informazioni non consentissero l’identificazione dei conducenti. Le targhe venivano immediatamente convertite in hash; gli uffici pubblici accedevano solo a report aggregati utili alla pianificazione della mobilità, in particolare nelle aree più delicate come il comprensorio Dolomiti-UNESCO. La Provincia ha ricordato di aver introdotto cartelli informativi, informativa estesa e procedure interne pensate per limitare l’accesso ai dati. Ma, in un’ottica liberale, la buona fede amministrativa non basta: a contare è la verificabilità delle garanzie, non la loro enunciazione.
L’Autorità ha richiamato un principio semplice quanto essenziale: la targa è comunque un dato personale, anche se sotto uno “pseudonimo”. E un trattamento che consente, potenzialmente, di seguire gli spostamenti di migliaia di persone richiede basi giuridiche chiare, tempi di conservazione minimi e informative comprensibili. Nel caso altoatesino mancavano tutti e tre gli elementi: la normativa di riferimento era troppo generica per autorizzare un monitoraggio sistematico, i due anni di conservazione risultavano sproporzionati e l’informativa, pur presente, non assicurava un’informazione immediata e completa. A ciò si aggiungeva un ulteriore nodo: la collaborazione con la Provincia di Trento, regolata da una convenzione insufficiente a definire ruoli e responsabilità. In un sistema europeo che si fonda sulla responsabilizzazione dei titolari del trattamento, questa opacità non è accettabile.
Il Garante ha quindi imposto: l’eliminazione senza ritardo di tutti i dati personali raccolti, il blocco dell’intero sistema ANPR, il divieto di utilizzo anche presso enti terzi coinvolti e la trasmissione, entro 30 giorni, della documentazione attestante la conformità. La Provincia potrà pagare in misura ridotta o ricorrere al giudice.
Il caso Bolzano non è una battuta d’arresto alla modernizzazione, bensì un richiamo allo Stato di diritto. In un Paese che vuole essere pienamente europeo, la digitalizzazione della PA deve poggiare su norme chiare, controlli indipendenti e cultura dei diritti fondamentali.
Innovare non significa sorvegliare di più, ma governare meglio. E questa vicenda dimostra che la tecnologia, senza garanzie, non migliora l’amministrazione: la espone ai rischi dell’arbitrio e mina la fiducia dei cittadini.
2025-12-02T15:44:11Z