OGGI, COME ALLORA, SIATE TUTTI MARY MANNING

Mentre la storia si ripete e la riluttanza si rinnova, ricordiamoci di essere Mary Manning. Alcune lezioni storiche si stanno riproponendo — a livello politico, giuridico e simbolico. Esattamente come accadde con l’apartheid in Sudafrica, l’Europa si mosse solo quando il sostegno al regime divenne reputazionalmente più costoso che pericoloso. Le analogie con il genocidio palestinese sono evidenti: l’iniziale silenzio o prudenza si trasformano in azioni simboliche solo quando “non si può più ignorare”.

In entrambi i casi, l’Occidente ha attraversato una fase iniziale di complicità o di prudente distanza, seguita da un lento cambiamento di tono quando la realtà è diventata troppo evidente, troppo documentata, troppo atroce. L’Irlanda ha avuto un ruolo d’avanguardia in entrambi i contesti.

Il 19 luglio 1984, Mary Manning, cassiera di Dunnes Stores a Dublino, si rifiutò di passare alla cassa due pompelmi provenienti dal Sudafrica, seguendo l’indicazione del suo sindacato, l’IDATU. Dieci colleghi si unirono in sciopero. Non rientrarono a lavoro per quasi tre anni. Fu una delle azioni sindacali più lunghe e significative nella storia irlandese.

Quel gesto innescò un movimento. La pressione pubblica crebbe e, il 19 dicembre 1985, il governo irlandese approvò il divieto di importazione di frutta e verdura sudafricana. Entrato in vigore nel marzo 1986, ebbe pieno effetto nella primavera del 1987. L’Irlanda fu il primo paese occidentale — il secondo al mondo, dopo la Giamaica — a vietare completamente le importazioni dal regime di apartheid. Un atto apparentemente piccolo, un semplice rifiuto di passare due pompelmi, si trasformò in un gesto dirompente: dal supermercato alla politica estera. Il boicottaggio da locale divenne legislativo. Il simbolico divenne storico.

Che ci insegna tutto questo? Che la storia si ripete. E che la riluttanza dei governi occidentali pure. Ma ci insegna anche altro: che possiamo essere tutti Mary Manning. E che, anzi, abbiamo il dovere morale di esserlo.

Oggi come allora, il cambiamento politico raramente parte dai governi: nasce nelle piazze, nei sindacati, nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle scelte di chi rifiuta l’indifferenza. Oggi come allora, la pressione dal basso è la sola forza capace di spezzare la complicità silenziosa.

Nel 2025, il bilancio a Gaza ha superato i 50.000 morti. Non è più questione di opinioni: è diritto internazionale. E non è solo una questione palestinese: riguarda i fondamenti stessi dello Stato di diritto, riguarda tutti. Difendere oggi il diritto internazionale significa difendere anche la propria libertà, per evitare che — domani — possa essere cancellata con la stessa impunità.

Complicità o coraggio: è sempre una scelta. Oggi vediamo Francia, Regno Unito e Germania muoversi tardi. Ancora una volta. Non quando è giusto, ma quando è troppo tardi per ignorare. Come accadde per il Sudafrica. Come accade ogni volta che la ragione di Stato prevale sulla coscienza. Ma c’è sempre chi ha il coraggio di agire prima. L’Irlanda, ancora una volta, è tra i primi paesi a proporre un divieto sul commercio con le aziende attive nei territori occupati. Una proposta che nasce dalla stessa radice di quel gesto compiuto quarant’anni fa: un rifiuto. Un atto morale.

Il boicottaggio e la disobbedienza civile non erano — e non sono — azioni marginali. Sono strumenti essenziali per spostare la percezione pubblica e rompere l’inerzia politica. La storia ci dice che è possibile.

Come diceva Nelson Mandela:

“La nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi”.

E allora sì: oggi siate tutti Mary Manning. Perché non è mai solo un pompelmo. È sempre una scelta.

2025-08-13T11:45:32Z