Quando entrano in modalità gioia, Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo non sono secondi a nessuno. In questi mesi hanno avuto molto da festeggiare: 10 anni a L’Avana, 20 a Pechino e, soprattutto, i 35 a San Gimignano. Tanti ne sono passati dalla fondazione di Galleria Continua, un caso di rara coesione tra tre amici con pochissimi soldi, nessun pedigree artistico ma tanti sogni. Ce l’hanno fatta, innanzitutto a lavorare con i grandi: Anish Kapoor, Antony Gormley, Shilpa Gupta, Ai Weiwei, Carsten Höller e via elencando. Sono stati i primi occidentali ad aprire una sede in Cina, spinti dalla curiosità per il passato di uno dei loro favoriti, Chen Zhen. Hanno creduto in Cuba come incubatore di potenzialità. Hanno trasformato un mulino del Trecento, nella campagna industriale fuori Parigi, in centro d’arte: «Una delle rare volte in cui ci siamo detti: “ma siamo matti, non se ne parla”, e invece eccoci lì, a cercare di essere incisivi in una situazione socialmente critica». Parla Maurizio Rigillo, a cui è stato destinato questo incontro. Perché a Galleria Continua si fa in questo modo: s’immagina l’impossibile e poi ci si dividono i compiti. Sette sedi nel mondo, molti viaggi, una reputazione originale: i tre sono fatti così.
MR: Capita ancora. Forse perché nonostante l’età, la vita e i figli continuiamo a divertirci e a credere nei progetti assurdi, che qualche volta restano irrealizzabili.
MR: Siamo seduti su un muretto, a Napoli, diretti alle Eolie con una Renault4. Tutti con i capelli lunghi e i vestiti colorati, quando ancora si rideva di niente. I miei ricordi precedono l’apertura della galleria: sono i momenti in cui ci interessava solo essere amici.
MR: Io e Mario siamo cresciuti a San Gimignano, Lorenzo è arrivato dopo. Madre francese, aveva ancora una base a Parigi: è stato lì che abbiamo visto le prime mostre e pensato che quasi quasi…
MR: È di Lorenzo, un maestro di invenzioni, ha una sua tavolozza per dare colore a un racconto. Però la battuta è verosimile: volevamo qualcosa da fare insieme dopo gli studi, si cercava uno spunto.
MR: Rispondo per me: ne ho compiuti 60 anni e la riflessione più bella è che non ho rimpianti né rimorsi. Quindi guardo avanti.
MR: Sfacciata: avevo studiato informatica, ero destinato ad altro. Incontrare e frequentare Luciano Pistoi, il critico e gallerista, ha dato a tutti noi una possibilità: riuniva Giulio Paolini, Luigi Mainolfi, Silvia Accardi e tanti altri nel borgo di Volpaia, ci ha insegnato la centralità dell’artista. Lì ho capito che una galleria poteva essere per sempre.
MR: Di radicamento. Abbiamo condiviso tanto prima di lavorare assieme: quella è stata la base, ed è la nostra forza. E poi c’è la devozione: per me, un concetto appassionante, ma anche Mario e Lorenzo sono sulla stessa linea.
MR: Ce ne sono di liti, eccome. Si discute, si negozia: il risultato a volte è bizzarro, si vede anche nella programmazione un po’ schizofrenica della Galleria. Mario e Lorenzo hanno due caratteri forti, io sto bene anche nel ruolo di mezzo: se la tensione sale, ci ricordiamo dei tempi della povertà, quando si campeggiava con il furgone nei parcheggi delle fiere d’arte.
MR: Forse preserva la capacità di stare nelle situazioni, fino in fondo. Ma anche di osservare le cose da fuori. Oggi Galleria Continua è presente in molti posti nel mondo, ciascuno di noi fa presenza dove serve, ma San Gimignano resta la base, l’unico luogo dove non manchiamo mai alle inaugurazioni, dove passiamo ancora del tempo assieme.
MR: Aver saputo seminare. San Gimignano aveva tantissimo passato da mostrare e nessun interesse nel futuro. Abbiamo pensato a delle alternative, un po’ anche a Firenze, ma poi c’era la logistica che ci faceva restare, e quell’idea di movimento insita nel nome, Galleria Continua. Continua perché non si ferma, collega con altro, accoglie. Parliamo di Parigi?
MR: Esatto, dove si può anche fare una pausa, sfogliare una rivista, comprare un libro. Ci siamo sempre detti che chiunque deve sentirsi il benvenuto, e non un intruso in un mondo dove si suona il campanello per entrare. Da noi sono gli artisti a preparare lo staff: così, se vuole, il visitatore ha qualcosa di autentico da ascoltare.
MR: Bell’abbinamento. Noi abbiamo inseguito i nostri miti, letteralmente. Giovanni Anselmo non ci rispondeva, abbiamo cercato l’indirizzo sull’annuario telefonico e l’abbiamo aspettato sotto casa. Per Louise Bourgeois sapevo dei suoi incontri letterari la domenica: ero a New York, ho bussato alla porta. Mi ha aperto lei, parlavo male inglese: entra, bevi qualcosa e poi mi dici.
MR: Nei periodo di difficoltà la famiglia è indispensabile: mi è capitato di chiedere aiuto ai miei genitori. Artisti e collezionisti seri sono fondamentali: l’arte ha il potere di rompere gli schemi sociali. Mi riferisco anche agli incontri fatti in India, o tra i più poveri del Brasile.
MR: Qualche volta. Ma dal 2000 abbiamo una persona che ci impone l’alt quando non ce lo possiamo permettere. All’inizio era tutto più all’impronta: si diceva sì a più progetti in
contemporanea, senza preoccuparci di quanti soldi c’erano in cassa. Ancora oggi, nel limite del possibile, seguiamo l’artista in tutte le sue richieste.
MR: Era un segreto, finché qualcuno non ha detto troppo. Parliamo di 30 opere, legate a un momento corale: avevamo preso una casa in campagna, ci siamo messi in gioco, provando noi stessi a dipingere. Un po’ di quadri li abbiamo venduti, due li ho ancora io. Chissà dove sono gli altri, potremmo farci una mostra.
MR: Non c’è bisogno di cercare l’eclatante. Basta stare accanto agli artisti e assecondarli. A me piace anche mettere mano alle cose: la fase più bella è passare dall’idea alla pratica.
MR: Quelli probabilmente senza uno sbocco commerciale, che mostrano il proprio senso nel momento in cui accadono: indispensabili per il percorso dell’artista, spesso irripetibili. Negli anni l’economia interna non è cambiata, ci paghiamo uno stipendio e tutto il resto è destinato alla prossima ricerca.
MR: Nella sezione Statements, nel 1998, con una piccola mostra di Luca Pancrazzi. Ma un debutto non garantisce continuità: infatti ci sono stati anni buchi e ogni volta ci chiediamo se ci inviteranno ancora.
MR: Poco: non scegliamo le opere in base al loro coefficiente di vendibilità e non ci piace la pratica degli ordini fatti con la preview digitale, per arrivare in fiera con il sold out. Preferiamo lavorare con il cliente di persona. C’è da dire che la pandemia ha modificato un po’ i flussi.
MR: Le fiere si sono moltiplicate all’inverosimile. Quindi, sono diventate più locali: chi va a Miami, per esempio, non si aspetta più di trovare il nome europeo, ma qualche scoperta del Centro o Sud America. Che va bene, altrimenti non si cambia mai giro.
MR: Venire a conoscerci, purtroppo però non c’è un vero ricambio: lavoriamo con le stesse persone da sempre, ci piace seguirle, non abbiamo energie per allargarci. È successo a Cuba, dopo una serie di studio visit. Ma L’Avana è soprattutto un avamposto per gli scambi, non per gli affari.
MR: Macché, è farina del sacco di Chen Zhen: aveva su di noi uno sguardo dalla giusta distanza. Ci ha regalato tre pupazzetti del suo zodiaco: il serpente per Lorenzo, il drago per me e Mario, che siamo dello stesso anno, e poi c’è una capra, il segno di Chen Zhen. Stanno uniti in un abbraccio senza fine, l’augurio migliore che ci potesse fare.
CREDITS:
Editor in Chief: Giovanni Audiffredi
Fashion Director: Nik Piras
Text: Cristina D'Antonio
Photo:
Art Direction: Tomo Tomo
2025-11-11T14:10:45Z