L'anno scorso, agli inizi del suo secondo mandato, Trump dichiarò che gli Stati Uniti sarebbero usciti dall'accordo di Parigi sul clima, in cui i paesi si sono impegnati a limitare il pericoloso riscaldamento globale. Il successivo sgarbo diplomatico dell'amministrazione americana fu il rifiuto di inviare una delegazione ai colloqui delle Nazioni Unite sul clima in Brasile.
Dalle parole ai fatti. Giorni nostri. C'è indignazione e imbarazzo per il ritiro di Trump dal trattato chiave delle Nazioni Unite sul clima. Senza giri di parole è così che nel mondo viene condannata la decisione di abbandonare l'UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, insieme alle altre organizzazioni, agenzie e commissioni, definendole "contrarie agli interessi degli Stati Uniti". Il trattato UNFCCC costituisce il fondamento della cooperazione internazionale per affrontare la crisi climatica ed è stato sottoscritto da tutti i Paesi del mondo fin dalla sua istituzione, 34 anni fa. Il Senato degli Stati Uniti lo ratificò nell'ottobre 1992. Esperti giuristi di diritto internazionale si sono affrettati ad affermare che la mossa del presidente di mercoledì solleva importanti questioni legali, poiché la giurisprudenza non è stata chiara sulla possibilità per un presidente di ritirare unilateralmente il Paese da un trattato ratificato dalla maggioranza del Senato. Ma per Trump sono dettagli. Con uno dei suoi ennesimi e “proverbiali” Executive Order, il presidente statunitense non lascia solo l’UNFCCC, ma annuncia di voler uscire complessivamente da 66 gruppi internazionali. Incluso l'Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale organismo scientifico delle Nazioni Unite per la climatologia. E a catena da una serie di altre organizzazioni ambientaliste internazionali, tra cui l'International Renewable Energy Association, l'International Solar Alliance e l'International Union for Conservation of Nature. Mettendo così una pietra tombale alla visione multilaterale che aveva contraddistinto la politica estera degli USA.
Siamo così entrati in quella che potremmo definire la più grande politica di tagli all'ambiente mai fatta. Donald lo sforbiciatore, che pezzo dopo pezzo, smantella la capacità operativa di intere agenzie federali statunitensi. Tagli al bilancio e licenziamenti hanno ridotto le agenzie preposte alle emergenze, a partire dalla Federal Emergency Management Agency (Fema), l'agenzia incaricata di coordinare le risposte nazionali alle catastrofi, e la National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), considerata un fiore all'occhiello mondiale per la climatologia. La Fema ha dovuto affrontare la stagione degli uragani senza un piano programmatico. In Alaska la mancanza di palloni meteorologici ha impedito di avvisare in anticipo i cittadini dell'arrivo di una drammatica tempesta. In Texas ci sono volute più di 72 ore ai funzionari dell'amministrazione per autorizzare l'invio di squadre federali di ricerca e soccorso dopo che il fiume Guadalupe ha inondato. Causando centinaia di morti.
Nel mirino dell'amministrazione trumpiana non solo Fema e Noaa ma anche il National Weather Service (NWS). La scorsa primavera, circa un quarto degli uffici di previsione del NWS era privo di meteorologi capo. Diversi uffici negli Stati Uniti hanno dovuto inoltre interrompere il monitoraggio notturno a causa della carenza di personale e i lanci di palloni meteorologici che raccolgono dati per le previsioni hanno dovuto essere notevolmente ridotti, compromettendone l'accuratezza. A settembre, centinaia di posti di lavoro erano rimasti vacanti dopo che un dipendente su sette del NWS se n'era andato per dimissioni, pensionamento o licenziamento.
Il clima è di caos. Reale. Voluto. Gli effetti sono già sotto gli occhi di tutti. Se la Casa Bianca annulla i contratti di valutazioni climatiche nazionali, obbligatorie per legge, si crea automaticamente un vuoto di informazione. Che genera impreparazione ad affrontare gli eventi climatici. Scoraggiante che si sia arrivati ad oscurare al pubblico un portale molto seguito come climate.gov.
Ampiamente riconosciuto come l'impatto sulla preparazione agli eventi climatici interessa il resto del mondo, non è una sola questione americana. La condivisione di dati che tracciano le condizioni meteorologiche avverse in Europa, oppure il coordinamento della risposta alle catastrofi nei Caraibi fino al monitoraggio della deforestazione e degli effetti della crisi climatica nella foresta pluviale amazzonica, sono intrinsecamente legate al lavoro dei satelliti statunitensi.
Con il 2026 che probabilmente seguirà gli ultimi tre anni come uno dei più caldi, il multilateralismo potrebbe sembrare un appiglio esile a cui aggrapparsi. Ma senza di esso, siamo abbandonati ai capricci dei singoli governi – molti dei quali sono opache autocrazie – e a mercati instabili. A un decennio dalla firma dell'accordo di Parigi, il multilateralismo rimane la parola chiave.
2026-01-09T09:15:33Z