COME L’OCCIDENTE RISCHIA DI PERDERE LA GUERRA PER IL FUTURO

A chi andranno i benefici delle nuove tecnologie? Questa, a pensarci bene, è la domanda fondamentale attorno a cui gira tutto l’enorme dibattito sull’intelligenza artificiale e in generale sui nuovi sviluppi tecnologici. Se guardiamo a Occidente, al dibattito nostrano pesantemente influenzato dagli Stati Uniti, è sempre più difficile essere ottimisti. Tra armi potenziate dai nuovi algoritmi, colossi digitali che raccolgono miliardi di capitali e aziende che licenziano migliaia di collaboratori, ai più pare oramai evidente che il mondo di domani – semmai ci sarà – sarà ad appannaggio di ristrette élite mentre tutti gli altri potranno al massimo potranno consolarsi con le serie TV prodotte dall’AI o con le scommesse on-line.

Se si volta lo sguardo dall’altra parte, però, il quadro sembra cambiare. Secondo un sondaggio KPMG condotto lo scorso anno in 47 Paesi, nazioni come India, Nigeria, Egitto, Cina risultano tra le più entusiaste riguardo all'intelligenza artificiale, mentre in fondo alla classifica si trovano quasi solo Paesi occidentali o economie mature. Se si guarda alle due superpotenze attuali – e quindi anche ai Paesi che l’AI la sviluppano e la adottano di più – mentre il 69% dei cinesi ha affermato che i benefici della tecnologia superano i rischi, solo il 35% degli statunitensi ha affermato lo stesso.

Cosa spinge i cinesi a essere così ottimisti? Perché il futuro per certe parti del mondo (che poi, in effetti, ne rappresentano la soverchiante maggioranza) rimane un posto di promesse e speranza mentre da noi pare sempre di più un luogo oscuro e opprimente? Com’è che stiamo perdendo la battaglia per il futuro? Rispondere a questa domanda può in effetti essere decisivo, perché solo le comunità che hanno fiducia nell’avvenire si attivano concretamente per realizzarlo, e quindi alla lunga detengono il potere di plasmare il presente.

Una prima parte della risposta appare piuttosto evidente: a essere più ottimisti sono i Paesi che più negli ultimi anni hanno visto un aumento della qualità di vita e che ancora sembrano avere ampi margini di miglioramento economico e produttivo. Ma la Cina in effetti in questo quadro è una almeno parziale eccezione. Sebbene quasi un quarto della popolazione cinese sia ancora a rischio povertà, si tratta anche della nazione che più di tutte pare riuscita a integrare le nuove tecnologie nella vita quotidiana di milioni di persone.

Nelle città cinesi i taxi senza conducente e droni per le consegne a domicilio sono sempre più comuni, mentre chatbot e automi sono sempre più integrati in ospedali, negozi, ristoranti. App con AI integrata sono fornite gratuitamente per supportare le persone in attività mondane come lo shopping o gli spostamenti, mentre meno attenzione viene data al possibile impatto dei nuovi algoritmi sull’occupazione e la produttività delle aziende del terziario avanzato. In Cina, insomma, le persone hanno avuto modo di toccare con mano i benefici delle nuove tecnologie.

La differenza è sostanzialmente di approccio. Mentre negli Stati Uniti le aziende tecnologiche sembrano alla ricerca forsennata di capitali finanziari per sviluppare modelli sempre più avveniristici e le ricadute sull’economia reale per ora si limitano ai software avanzati e alla consulenza per multinazionali, in Cina le aziende tecnologiche cinesi si sono concentrate sulle applicazioni concrete dell'intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie.

Ad agosto 2025, il governo cinese ha presentato il piano “AI+”, che prevede una penetrazione dell’intelligenza artificiale in oltre il 70% della società cinese entro il 2027, e nel 90% entro il 2030. Il fine è quello di promuovere “un balzo in avanti rivoluzionario nella capacità produttiva” e creare “vite più belle e di qualità superiore”. Lo stesso Xi Jinping ha affermato che l'industria cinese dell'intelligenza artificiale dovrebbe "dare priorità all'applicazione pratica".

Certo, si può facilmente bollare queste parole come propaganda governativa, così come è lecito pensare che la soffocante censura cinese impedisca a molte voci critiche e pessimiste di circolare. Ma, di nuovo, la differenza d’approccio pare evidente. E i motivi che hanno spinto i cinesi a svilupparlo – e gli statunitensi ad adottarne un altro, quasi opposto – ci possono indicare il punto decisivo della questione.

Da decenni il patto che le élite cinesi hanno stretto con la popolazione è – semplificando molto: “Noi ci teniamo il potere, in cambio ci impegniamo a migliorare la vostra qualità di vita”. Quindi niente sindacati, niente partiti, niente elezioni, niente media liberi, ma più benessere, comfort, salute, istruzione per tutti. Questo patto implica anche che ci sia uno stretto controllo e coordinamento nello sviluppo e nell’implementazione delle tecnologie: ciò vuol dire meno opportunità di mobilità sociale, ma anche maggiore sicurezza e rigore nello sviluppo.

Al fondo della questione, però, forse c’è qualcosa di ancora più decisivo. E cioè il fatto che i cinesi – come molti altri Paesi in via di sviluppo – più facilmente vedono le disuguaglianze come inevitabili. A differenza di quanto accade da noi, a quelle popolazioni nessuno ha davvero detto che il bene supremo è la tutela dell’individuo, e che quindi il paradigma fondamentale è quello dei diritti uguali per tutti e delle libertà; nessuno ha davvero raccontato che colo solo talento e duro lavoro si può arrivare ai vertici della società. Semmai, il bene supremo è la collettività, lo sviluppo, la stabilità. Non la potenza, quindi, ma il potere.

Il successo del modello Occidentale è stato guidato dal paradigma della libertà quale veicolo della potenza. Libertà di mercato, libertà di parola, libertà di voto, libertà di informazione, libertà di associazione: sono tutte infrastrutture su cui si è innestato un modello competitivo e ottimista, in cui tutti potevano aspirare al successo e al potere. Ma questo modello funziona finché le regole del gioco sono solide, i confini del lecito sono chiari, le conseguenze dell’errore prevedibili. E queste regole, questi confini li deve porre e tutelare lo Stato, il potere rappresentativo.

Cosa succede, però, se i mercati e le tecnologie si sviluppano così rapidamente da sovrastare lo Stato? Cosa accade quando il potere da rappresentativo, mediato, prevedibile, diventa privatizzato, assoluto, insondabile? Cosa avviene se lo sviluppo non appare più abilitante e al servizio dell’umano ma opprimente e inevitabile? Succede che il futuro condiviso sparisce; diventa un luogo che tradisce la premessa fondamentale: quella dell’uguaglianza e della tutela dell’individuo in quanto tale. Ancora di più, accade che l’essere umano si sente depotenziato, incapace di contribuire col proprio lavoro, e quindi sostanzialmente inutile e pessimista.

Meglio allora quindi un modello in cui la premessa fondamentale non è più quella della libertà ma bensì del benessere? Possono davvero l’affluenza materiale, la salute, la tranquillità spegnere quasi ogni anelito di uguaglianza, di partecipazione, di iniziativa? La risposta, evidentemente, è quella di trovare un equilibrio. Gli stessi cinesi cominciano a soffrire sempre di più la mancanza di certi diritti e i loro giovani sembrano soffrire di patemi simili a quelli dei coetanei occidentali.

Ma in un mondo in cui lo sviluppo economico, scientifico e tecnologico è lanciato verso traguardi fantascientifici, probabilmente la guerra per il futuro la vincerà non tanto chi svilupperà per primo le tecnologie più potenti, ma chi riuscirà a distribuirne meglio i benefici. Per questo dovremmo parlare molto più di politiche che di algoritmi; investire molto più in comunità che in titoli; discutere di modelli distributivi della ricchezza che di modelli estrattivi per moltiplicarla. Anche perché la prospettiva alternativa è quella che insieme paventano e perseguono i signori della Silicon Valley: rendere l’umano inutile. E in questo scenario, un vero vincitore non c’è.

2026-03-07T13:15:32Z