AGLI USA SERVONO RISERVE DI PETROLIO, RUSSO: "IL 2050 SARà L’ANNO DI SVOLTA"

Quel “controllo a lungo termine del petrolio venezuelano”, come dice la Casa Bianca, può essere interpretato come la garanzia di un percorso di normalizzazione del Paese? Con Trump tutto è possibile. Perfino che la garanzia di stabilità a Caracas possa giungere senza seguire gli standard diplomatici cui si era abituata la comunità internazionale. Del resto, se gli Usa intendono sfruttare quelle immense risorse su cui poggia il loro giardino di casa, è essenziale che quest’ultimo sia in pace. Tanto più che, proprio negli Usa, i duri e puri del Maga hanno apprezzato la cattura di Maduro. È un ticket di fiducia offerto allo sceriffo che è andato a mettere a posto i problemi oltrefrontiera. Ora però bisogna arrivare a un governo compiacente, che permetta a Washington di sfruttare al meglio le riserve petrolifere locali.

«Partiamo dall’assunto che il petrolio servirà in futuro ancora. E pure tanto», spiega Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi. «Con una domanda di energia in crescita, la transizione dai fossili alle rinnovabili non solo sarà più lunga, ma anche insufficiente. Oggi il petrolio conta per il 30% del fabbisogno mondiale. Nel 2050, le fonti alternative potranno mangiarsi solo 5 punti percentuali di questa quota. Mentre lasceranno invariato il gas. Il sacrificio verrà fatto dal carbone». All’interno di questa cornice, gli Stati Uniti occupano la posizione duale di primi consumatori quanto anche primi produttori al mondo di energia. «Il problema è che, nell’arco di 6-11 anni, le loro estrazioni andranno a esaurirsi». I tempi che dà Russo fanno riferimento ai picchi di sfruttamento prevedibili per ogni giacimento, oltre i quali questo poi è sempre meno produttivo. La data di svolta sarebbe intorno al 2050, anno oltre il quale il petrolio dovrà coprire un quarto della produzione di energia mondiale. In attesa che per la fine del secolo, il nucleare da fusione arrivi a un costo commerciale conveniente per tutti. Sono i tempi lunghissimi caratteristici del settore energia.

Ed ecco il motivo per cui agli Usa servono riserve che in casa si stanno esaurendo e che, invece, sono a portata di mano in Venezuela. Ovvero in quell’emisfero occidentale che per loro è tornato a essere sfera di influenza primaria. «E non importa se oggi quel petrolio sia costoso da estrarre», commenta l’economista. «Tra 25 anni, tutto il petrolio sarà necessariamente più caro. Ma l’importante è e sarà averlo». Del resto, il Paese sudamericano così rientra nel mercato dominato finora da chi quei prezzi ha interesse a tenerli bassi. «Oggi i sauditi, i cui giacimenti sono di più facile estrazione, stanno producendo oltre quello che sarebbe ottimale dal loro punto di vista finanziario, perché hanno interesse a fornire l’industria americana, a figurare come alleati della Casa Bianca, in chiave anti-iraniana e anti-russa, ma ancor più di essere presenti con i loro fondi sovrani a Wall Street e nel gotha della finanza internazionale».

L’oro nero infatti non si limita all’industria estrattiva. «Tutti i Paesi produttori sanno che a un certo punto il petrolio finisce. I sauditi quindi hanno la necessità di accedere al mercato dei capitali globale dove il rapporto rendimento/rischio è migliore. Fondamentalmente quello americano e in subordine europeo». Un club non scontato, da cui Mosca e Teheran sono escluse. «Questo è il punto della vicenda», spiega ancora Russo. «Quando Trump dice “noi qui abbiamo il nostro oro e il nostro gigantesco mercato. Se volete entrarvi dovete pagare una tassa”, parla sia dei consumatori sia del mercato finanziario. L’accordo con i produttori è l’accesso a Wall Street in cambio di petrolio a basso costo e acquisto di manufatti tecnologici Made in Usa, per esempio asset militari».

Vista così, l’operazione a Caracas ha reso ancora più solida la posizione degli Usa rispetto ai loro fornitori. «Si sono garantiti quarant’anni di estrazione», conclude Russo. È da qui che parte la fase di normalizzazione. «La decapitazione del regime è stata il primo passo. Ora non credo che l’aspirazione sia quella di un’invasione, ma quella di avere una democrazia amica». Appare quindi come il classico recinto chiuso dopo che i buoi sono scappati la risoluzione presentata dai democratici in Senato a Washington, volta a impedire a Trump una nuova azione militare in Venezuela senza chiedere l’autorizzazione al Congresso. Una mossa che crea un potenziale legaccio per una futura Amministrazione, magari proprio democratica, interessata a ricorrere a pratiche altrettanto spicce come quella usata contro Maduro. Ricordiamoci come e dove venne eliminato Osama bin Laden. Un’iniziativa, la risoluzione democratica, che certo non fa da gancio alla comunità latinoamericana, basata negli States.

2026-01-09T15:29:10Z