IL PREZZO DEL GAS ALLE STELLE PREOCCUPA L’EUROPA ANCORA PIù DEL PETROLIO. ECCO PERCHé E QUALI SONO I RISCHI

In Europa, per l’escalation delle tensioni in Medio Oriente, le preoccupazioni maggiori sono per l’impennata del prezzo del gas, più ancora che per quelle del petrolio, con l’attenzione alla chiusura delle forniture di Gnl del Qatar e a un livello di scorte di gas europeo sotto la norma.

Mentre il conflitto in Medio Oriente si allarga con il Libano sotto il fuoco israeliano, Trump ha difeso la sua volontà di agire sull’Iran con una guerra ampia dicendo che gli Stati Uniti faranno “tutto il necessario” per raggiungere i propri obiettivi militari in Iran, proseguendo gli attacchi anche per oltre 4 settimane.

Intanto un funzionario delle Guardie rivoluzionarie iraniane ha annunciato oggi che lo Stretto di Hormuz è chiuso al traffico marittimo e che il Paese aprirà il fuoco su qualsiasi nave che tenti di attraversarlo. A ciò s’aggiunge l’interruzione della produzione di Gnl di QatarEnergy, terzo produttore mondiale, riducendo ulteriormente l’offerta globale.

Gas supera i 60 euro (+40%), Petrolio sopra gli 82 dollari

La risposta dei prezzi di petrolio e gas non poteva che essere al rialzo. Seguendo il percorso di ieri, anche oggi corre il prezzo del gas europeo alla Borsa di Amsterdam. Stamane in apertura il prezzo è balzato fino a toccare i 59 euro per poi scendere intorno ai 56 euro e risalire nuovamente a metà giornata a quota 62 euro. Ieri il gas aveva chiuso a 44,5 euro/MWh con un rialzo del 35%.

Continua a correre anche il prezzo del petrolio. Il Nymex crude Oil a marzo quota 75,30 dollari con un rialzo del 5.71%. Il Brent Crude ha superato il livello di 80 dollari e quota 82,10, in rialzo del 5,61%, il livello più alto da gennaio 2025,

Cambio di prospettive sul gas: dall’abbondanza ai timori di scarsità. Paura per la chiusura dei rubinetti in Qatar

Fino all’attacco di questo fine settimana si era consolidata la narrativa che forti esportazioni di gas naturale liquefatto da parte di Paesi come Stati Uniti e Qatar avrebbero messo al sicuro le forniture per tutto il 2026. In un attimo la situazione si è rigirata e ora quella narrativa ha ora ceduto il passo alle aspettative di ritardi nelle spedizioni e di prezzi nettamente più alti.

Ieri il Qatar, terzo maggiore esportatore di GNL dopo gli Stati Uniti, ha interrotto la produzione di gas naturale liquefatto con la chiusura precauzionale degli impianti petroliferi e del gas in tutto il Medio Oriente dopo gli attacchi dei droni iraniani agli impianti nel vasto complesso di Ras Laffan. Il complesso ospita i treni del gas del Qatar, enormi unità di lavorazione che raffreddano il gas naturale fino a renderlo liquido per l’esportazione via nave. La produzione di GNL del Qatar equivale a circa il 20% dell’offerta mondiale e svolge un ruolo fondamentale nel bilanciare la domanda di carburante sia del mercato asiatico che di quello europeo.

Secondo la società di analisi Kpler, gli acquirenti di GNL in Asia rappresentano oltre l’80% delle spedizioni provenienti dal Qatar. La Cina, il principale importatore di Gnl al mondo nel 2025, ha fatto affidamento sul Qatar per il 29% delle importazioni di Gas liquefatto lo scorso anno, mentre l‘India, quarto acquirente di GNL, ha fatto affidamento sul Qatar per circa il 45% delle forniture. Per colmare eventuali carenze derivanti dalle chiusure, Cina, India, Giappone e Corea del Sud probabilmente aumenteranno l’interesse per gli ordini da parte di altri fornitori.

Ma l’Europa ha anche il problema di scorte di gas scarse

Sebbene l’Europa si è assicurata solo il 7% delle forniture di Gnl dal Qatar nel 2025, secondo la società di analisi Kpler, gli effetti a catena di un’eventuale chiusura prolungata avranno probabilmente un impatto su tutti i flussi commerciali, secondo gli analisti. Ciò accade per altro in un’altra situazione sfavorevole: l’Europa si trova con un livello di scorte di gas al di sotto della norma, in seguito alla combinazione di nuove norme sullo stoccaggio del gas, a temperature invernali superiori alla norma e a un’attività economica contenuta, osservano gli analisti.

I principali consumatori di gas e gli operatori di stoccaggio in tutta Europa devono decidere rapidamente come difendersi da eventuali rischi di ulteriore esaurimento del gas, evitando al contempo di farsi travolgere da acquisti dettati dal panico che potrebbero far salire ulteriormente i prezzi globali del Gnl. L’Europa ha ridotto drasticamente la storica dipendenza dal petrolio e dal gas russo dal 2022, con l’invasione della Russia in Ucraina, proprio a favore del Gas Naturale Liquefatto, importandolo soprattutto da Stati Uniti e Norvegia.

Il problema è che, con le scorte di gas già ai minimi pluriennali o record, molti dei maggiori consumatori di gas in Europa potrebbero non avere altra scelta che aumentare gli acquisti, anche se i costi del gas continuano a salire. Le scorte di gas naturale in Germania, il maggiore consumatore di gas in Europa, hanno iniziato il mese di marzo con solo il 27% della capacità, rispetto a una media del 64% della capacità per lo stesso periodo dell’anno dal 2023, come mostrano i dati di LSEG. Le scorte di gas nei Paesi Bassi, sede del principale hub europeo per il commercio del gas, rappresentano solo circa il 10% della capacità, rispetto a una media di circa il 48% all’inizio di marzo.

L‘Italia, che è il secondo maggiore consumatore di gas in Europa, ha attualmente scorte di gas pari a circa il 50% della capacità, un margine di sicurezza decisamente migliore rispetto alla maggior parte dei paesi del Nord, ma comunque inferiore alla media del 60% di capacità all’inizio di marzo. Nel complesso, le scorte di gas europee nei principali mercati sono attualmente piene al 30% circa, rispetto al 54% circa registrato all’inizio di marzo.

I timori per inflazione e Pil. Usa ed Europa a confronto

L’Europa è importatore netto di gas e petrolio, gli Stati Uniti al contrario sono esportatori netti di petrolio e gas. In Europa ogni aumento dei prezzi si traduce in una crescita che si assottiglia e inflazione che torna a bussare. Nell’importare energia, importa anche inflazione e fragilità. Goldman Sachs stima che un +10% medio di oil e gas possa sottrarre circa lo 0,2% di Pil all’Eurozona nell’arco di quattro trimestri.

“Con una manifattura che incide sul Pil in Germania e Italia, il balzo del gas è un colpo diretto ai costi di produzione” osserva Gabriel Debach analista di eToro. “È inflazione che può tornare a mordere proprio mentre la Bce si interroga sui prossimi tagli”.

E qui entra il vero nodo europeo: la trasmissione ai prezzi finali. Nel 2022 e 2023 il passaggio dall’energia ai prezzi al consumo è stato quasi doppio rispetto ai periodi normali. Quando l’energia sale in un contesto ancora fragile, l’effetto può amplificarsi, dice Debach.

Negli Stati Uniti la dinamica è opposta: sono esportatori netti di petrolio e gas e il rialzo del greggio è anche un trasferimento di reddito interno. Negli Stati Uniti, un aumento di 10 dollari al barile riduce la crescita di solo circa 0,1 punti percentuali, o anche meno di 0,05 se lo shock è temporaneo.

Anche sull’inflazione la differenza è netta. Un aumento del 10% del petrolio aggiunge circa 28 punti base all’inflazione generale americana e solo 4 punti base a quella di fondo, dati Goldman Sachs. È un impulso visibile, ma non destabilizzante se temporaneo. In Europa, lo stesso aumento medio di energia può tradursi in un incremento dell’inflazione tra 0,15% e 0,3%. E questo rimette la politica monetaria davanti a un bivio: proteggere la crescita o difendere la stabilità dei prezzi.

Per la Federal Reserve uno shock temporaneo può essere assorbito. Per la BCE l’equilibrio è più delicato. La situazione preoccupa la Bce. Philip Lane, economista capo della Banca centrale europea, ha dichiarato al Financial Times che una guerra lunga potrebbe esercitare una forte pressione al rialzo sull’inflazione e ridurre il tasso di crescita nella zona euro.

2026-03-03T12:21:33Z