La settimana scorsa ha mostrato, soprattutto nei mercati finanziari americani, una nuova ondata di volatilità sui titoli tecnologici. Non è sembrato un moto speculativo isolato, né qualcosa che riportasse al timore di una bolla imminente di cui si era a lungo parlato nei mesi scorsi.
Questa volta si è trattato di qualcosa di diverso, il segnale di un timore profondo e di tipo strutturale, che sta cogliendo i principali analisti finanziari e i grandi investitori.
Sta facendosi strada, infatti, il presentimento che l’AI possa rapidamente acquisire capacità tali da eguagliare, e in certi casi superare, le prestazioni dei software enterprise tradizionali, che hanno richiesto anni di sviluppo e di integrazioni complesse per raggiungere la loro attuale posizione dominante. Ciò porterebbe inevitabilmente a mettere in discussione modelli di business fortemente consolidati e rendite tecnologiche considerate fino a ieri inattaccabili.
Un presentimento di disruption, dunque, che riguarda i giganti del software gestionale, quelli che erano sempre stati titoli rifugio per chi opera in finanza, con ricavi facilmente prevedibili e bassa ciclicità.
La ragione di tale turbamento è ancora una volta l’Intelligenza Artificiale Generativa.
Le grandi piattaforme gestionali per decenni hanno dominato il panorama globale, diventando lo standard operativo per milioni di imprese. Oggi queste stesse architetture iniziano ad essere percepite come strutture pesanti, costose e, in molti casi, tecnologicamente affaticate dal peso degli anni, spesso appesantite da stratificazioni tecnologiche difficili da aggiornare.
L’AI, in questo scenario, potrebbe rappresentare non tanto una nuova funzionalità accessoria da aggiungere alle piattaforme, quanto piuttosto un game changer destinato a cambiare le regole del gioco, riscrivendo le gerarchie del potere digitale come anche le sue regole concorrenziali. Naturale che ciò crei scompiglio ed è quello che si è visto la settimana scorsa sui mercati finanziari.
L’occasione è stata data dalla pubblicazione delle trimestrali del quarto trimestre 2025. Ne è emersa una dicotomia sempre più marcata, tale da far commentare a molti l’esistenza di due mondi: da un lato il trionfo dell’hardware di Nvidia, dall’altro l’incertezza riflessiva dei giganti del software come Salesforce.
I numeri di Nvidia hanno confermato una posizione dominante quasi senza precedenti nella storia industriale recente. I ricavi sono cresciuti del 73% oltre le attese, mentre l’utile netto trimestrale è balzato del 94%, raggiungendo 42,9 miliardi di dollari. L’intero esercizio si è chiuso con 216 miliardi di ricavi e 120 miliardi di utile netto.
Per dare un ordine di grandezza, con 216 miliardi di dollari di ricavi annui, Nvidia genera un volume d’affari paragonabile al prodotto interno lordo di un paese europeo di medie dimensioni come l’Ungheria o di un’economia energetica come il Qatar.
Ciò che ha ancora di più impressionato gli analisti è il margine netto del 55,6%, un risultato straordinario per un progettista di chip. Questi dati, certificati da S&P Global Market Intelligence, testimoniano che, chi produce, come Nvidia appunto, il carburante che alimenta l’AI, gode di ottima salute ed è in grado di alimentare la corsa allo sviluppo trainata dai modelli fondazionali di giganti come OpenAi, Anthropic e Google.
Di segno diverso sono apparsi i risultati di Salesforce, la piattaforma leader globale di Customer Relationship Management (CRM) basata sul cloud. In apparenza, il trimestre è stato positivo, con ricavi cresciuti del 12%, in netto miglioramento rispetto all’8,6% dei trimestri precedenti. Eppure, guardando più in profondità, il quadro appare meno incoraggiante. Se si esclude il contributo della recente acquisizione di Informatica (azienda leader nella gestione dei dati in cloud), la crescita organica si riduce all’8%.
Per i mercati finanziari e i loro analisti, una dinamica eccessivamente trainata dalle acquisizioni non rappresenta un motore di espansione strutturalmente sostenibile, e questo alimenta un atteggiamento prudente verso il titolo.
La scommessa strategica di Marc Benioff, il Ceo di Salesforce, risiede oggi in Agentforce, il prodotto di punta basato sull’AI. I segnali di adozione sono concreti: i ricavi ricorrenti annualizzati hanno raggiunto gli 800 milioni di dollari, contro i 500 del trimestre precedente.
Eppure, essi rappresentano meno del 2% del fatturato complessivo previsto per il 2027: una dimensione ancora insufficiente a compensare il rallentamento del core business tradizionale.
Per anni, il valore di Salesforce è risieduto nel suo essere un monumentale “sistema di registrazione”, un immenso archivio dove ogni interazione con il cliente viene catalogata.
Ma la complessità accumulata nel tempo rende parecchie installazioni difficili da aggiornare con agilità. Molte aziende si ritrovano con istanze di Salesforce così cariche di personalizzazioni stratificate nel tempo da risultare difficili da gestire.
La sfida è trasformare un software che “contiene dati” in uno che “ragiona sui dati”, affidando a un agente intelligente, come Agentforce, il compito di navigare sistemi diventati troppo complessi per l’utente umano.
Questo rischio di invecchiamento precoce nell’era dell’intelligenza artificiale non è un’esclusiva di Salesforce, ma un’ombra che si allunga su tutti i grandi nomi del comparto. I giganti degli Erp come Sap e Oracle, ad esempio, si trovano in una posizione altrettanto delicata. Essi detengono il controllo sui dati più preziosi di un’azienda, dalle finanze alla logistica, ma i loro sistemi sono spesso percepiti come rigidi e poco intuitivi.
In questo scenario, i colossi del settore si trovano stretti in una morsa strategica definita da tre fattori critici. In primo luogo, la necessità di investire massicciamente nell’intelligenza artificiale per non perdere il passo in una corsa tecnologica senza precedenti. Questo sforzo finanziario e umano rischia però di generare un pericoloso deficit di attenzione verso i software tradizionali, la cui mancata modernizzazione finisce per accelerarne l’obsolescenza e la perdita di appeal.
Il pericolo ultimo è quello di un bilancio in profondo disequilibrio: i nuovi ricavi derivanti dall’integrazione dell’AI potrebbero non essere sufficienti a compensare l’inevitabile erosione dei profitti storici, lasciando al contempo il fianco scoperto a nuovi entranti capaci di aggredire il cuore del mercato con soluzioni native digitali estremamente più agili ed economiche.
Si tratta di una grande sfida e non è certo che esistano al momento tutte le condizioni necessarie per affrontarla e soprattutto vincerla. C’è da chiedersi, ad esempio, come gestire la grande incognita della qualità dei dati, aspetto che riguarda sia lo sviluppo del nuovo (AI) che l’ammodernamento del core business (sistemi Erp).
Molte aziende soffrono di database frammentati e disordinati e ancora oggi la maggior parte dei dati sono gestiti in grandi silos che poco si parlano tra loro. È uno dei limiti più grandi dei sistemi tradizionali. Nuovi concorrenti più agili potrebbero creare interfacce leggere capaci di dialogare con i database sottostanti, rendendo di fatto l’interfaccia originale di SAP o Oracle del tutto irrilevante per l’utente finale.
Esiste inoltre il rischio concreto di una cannibalizzazione del modello di business. Se l’AI rende i dipendenti drasticamente più produttivi, le aziende potrebbero finire per aver bisogno di meno licenze software, mettendo in crisi il modello “pay-per-seat” che ha garantito la fortuna della Silicon Valley per vent’anni. Intanto, la barriera all’entrata si è abbassata: mentre prima costruire un CRM o un sistema di marketing richiedeva decenni di sviluppo, oggi una startup può utilizzare l’AI per creare soluzioni specializzate in tempi brevissimi, costringendo i grandi player a una difesa costante del proprio territorio.
In conclusione, l’intelligenza artificiale potrebbe rappresentare una formidabile opportunità di rinnovamento tecnologico per i grandi produttori di software. Se i leader del settore sapranno trasformare i loro prodotti da statici strumenti di inserimento dati, in motori dinamici di esecuzione autonoma, potremo assistere a una nuova primavera del software aziendale.
Tuttavia, siamo ancora in una fase di delicata transizione. Il software “vecchio” non morirà per inutilità, ma rischia di essere superato se smetterà di essere il modo più veloce per ottenere un risultato.
Il pessimismo dei mercati finanziari non è una condanna ma un invito alla realtà: mentre Nvidia corre a velocità folle fornendo l’energia, le aziende di software devono ancora dimostrare di poter ricostruire i propri motori senza perdere i passeggeri lungo la strada.