PERCHé SONO STATI NEGATI I FONDI PER IL DOCUFILM SU GIULIO REGENI (E ARRIVANO LE PRIME DIMISSIONI)

Quando la madre di Giulio Regeni, Paola Deffendi, è stata chiamata a identificar il corpo senza vita di suoi figlio, questo era talmente martoriato dai segni di tortura, che a lo ha riconosciuto, come lei stessa ha raccontato, "dalla punta del naso". Ha detto di aver visto nel volto del figlio "tutto il male del mondo". È questa la frase che è stata scelta come titolo del docufilm diretto da Simone Manetti che ripercorre la storia del giovane ricercatore italiano rapito, torturato, ucciso in Egitto nel 2016.

La vicenda ha scosso profondamente l'opinione pubblica italiana anche perché è ancora piena di zone d'ombra, senza un movente né una condanna. Eppure, secondo la commissione del ministero della Cultura alle opere cinematografiche e documentaristiche, il docufilm su Giulio Regeni non merita i contributi pubblici previsti per supportare le opere distinte per "interesse artistico e culturale" e "identità nazionale italiana": i fondi sono stati negati.

Il caso Regeni

Giulio Regeni, nato a Trieste nel 1988, era un dottorando italiano dell'Università di Cambridge. Aveva studiato, ancora prima di diplomarsi, negli Stati Uniti allo Armand Hammer United World College of the American West per poi spostarsi nel Regno Unito a Leeds e a Cambridge e,poi a Vienna portando avanti diverse ricerche sul Medio Oriente. Il 25 gennaio 2016 si trovava al Cairo per lavorare alla sua tesi di dottorato sui sindacati indipendenti egiziani, quando si sono perse le sue tracce. Il suo corpo brutalmente ucciso è stato ritrovato il 3 febbraio successivo nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani con evidenti segni di tortura, percosse e lesioni.

A dieci anni di distanza non c’è ancora una verità giudiziaria sul caso. Il processo, in cui sono imputati quattro agenti dei servizi segreti egiziani, è bloccato perché questi sono formalmente irreperibili dato che l’Egitto si rifiuta di fornire all’Italia le informazioni per raggiungerli. Negli anni gli investigatori italiani hanno ricostruito quanto accaduto e come Regeni sia stato arrestato dalla polizia egiziana che lo controllava da tempo e portato in un edificio del ministero dell’Interno chiamato Lozoughly noto per le torture. La ricerca della verità è stata lenta e faticosa anche per via dei tentativi di depistaggio delle autorità egiziane e per i rapporti ambivalenti che intercorrono tra l'Italia e l'Egitto. L’Italia, infatti, ha importanti interessi a livello energetico nel Paese e ultimamente il governo di Giorgia Meloni si è mostrato aperto nel cooperare con il regime di Abdel Fattah al Sisi, tanto che nel 2024 l'Egitto è stato inserito nell’elenco dei Paesi “sicuri” ossia quelli che, secondo il governo, dovrebbero rispettare le libertà fondamentali e i diritti civili. Secondo il Parlamento Europeo, invece, l'omicidio di Giulio Regeni è da inserire in un contesto di rapimenti, torture e uccisioni in carcere avvenute in Egitto negli ultimi anni e rimaste sotto silenzio.

Il docufilm e i fondi

La capogruppo del PD alla Camera, Chiara Braga, ha annunciato un'interrogazione parlamentare che porta la prima firma della segretaria Elly Schlein e dei componenti della commissione Cultura. "Parliamo di un'opera di evidente valore civile e culturale", ha dichiarato,"È una valutazione di natura politica quella che ha portato all'esclusione dal sostegno pubblico?". Sono state poi annunciate altre due interrogazioni parlamentari sul tema, una da parte del segretario di Più Europa Riccardo Magi e una da Angelo Bonelli, deputato di Avs, che ha dichiarato, senza mezzi termini: "Si impedisce di portare nelle sale un'opera che racconta una verità che evidentemente si preferisce non mostrare. O il ministero non è stato in grado di riconoscere il valore dell'opera, oppure ha avallato una decisione politica".

Il docufilm, diretto da Simone Manetti e prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Fandango, è in realtà già uscito nelle sale, ha vinto il Nastro della Legalità e verrà proiettato in 76 università italiane che hanno già aderito all’iniziativa, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo, di mostrarlo negli atenei. Il 5 maggio, poi, è in programma una proiezione al Parlamento europeo e andrà in onda sulla Rai e su Sky. Eppure, nonostante questo, non otterrà fondi pubblici. Lo scopo è, in effetti, quello di portare alla luce la verità: si seguono le orme di Regeni e quelle dei genitori travolti dal dolore ma determinati a cercare giustizia mentre gli esecutori del sequestro, delle torture e dell'uccisione, continuano a sfuggire protetti dal potere.

Proprio per questo la scelta del ministero guidato da Alessandro Giuli risulta emblematica. “Io posso anche capire se vengono commessi errori da un punto di vista artistico, per scarsa competenza", ha osservato Domenico Procacci di Fandango, "Puoi decidere di non finanziare un film perché non sai come sarà, come verrà, e pensi che non sia un bel lavoro. Ma il documentario è stato fatto, è uscito, ha già vinto premi: bocciarlo non è una scelta artistica. È solo politica". "Ed è incredibile che lo sia", ha aggiunto, "perché la storia di Giulio dovrebbe ferire e indignare non soltanto una parte del Paese ma tutti quelli che hanno un minimo di umanità: la ricerca di verità e giustizia. Invece fatalmente è diventata una battaglia politica".

Le dimissioni di Massimo Galimberti e Paolo Mereghetti

A prendere posizione dopo la clamorosa esclusione del documentario su Giulio Regeni, ritenuto dagli esperti nominati dal ministro Alessandro Giuli non meritevole di ricevere alcun finanziamento pubblico, due dei quindici esperti della commissione chiamata a valutare le opere hanno rassegnato le proprie dimissioni.

Si tratta di Massimo Galimberti facente parte della prima sezione della commissione incaricata di esaminare film per la tv e il cinema, le serie e le produzioni di giovani autori e Paolo Mereghetti, componente della seconda sezione che si occupa delle sceneggiature per il grande e il piccolo schermo, per il web e i cortometraggi. Entrambi stamattina hanno scritto una lettera al capo della Direzione Cinema e audiovisivo Carlo Giorgio Brugnoni per dire basta. Una rinuncia destinata a fare molto rumore.

Galimberti, in merito alla sua decisione, ha spiegato: "Sono anni che lavoro con il Ministero, ho fatto parte di varie Commissioni, però in questa fase, ho sentito una sorta di incompatibilità ambientale legata a vari fattori, nell'approccio alle procedure, nell'analisi e nella valutazione degli elementi dei progetti. Ci sono modalità che non condivido".

"C'è da parte mia il pieno rispetto della professionalità dei miei colleghi, ma nelle modalità di valutazione siamo a volte molto distanti - aggiunge Galimberti -. E per quanto le decisioni di cui si parla siano venute da una sottocommissione e siano legate ai soggetti che le hanno prese, ne emerge una valutazione della cultura in cui non mi ritrovo. Essendo parte di un gruppo ho sentito di non potermi riconoscere in queste modalità".

Mentre Mereghetti ha spiegato che, pur non facendo parte della Commissione che aveva esaminato il film su Giulio Regeni, ha ritenuto "per coerenza" con i suoi giudizi espressi sul valore meritevole della pellicola necessario prendere le distanze dall'organo. Anche se, ricorda, "non ho precisato per iscritto le ragioni delle mie dimissioni".

2026-04-08T07:07:06Z