Il 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato l'offensiva contro l'Iran, qualcosa è cambiato anche in due province italiane che di solito non finiscono sui giornali internazionali. Le basi americane di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, e di Sigonella, in Sicilia, sono state portate al livello di allerta NATO "Bravo+", equivalente all'americano Defcon 3: vigilanza rafforzata, personale mobilitabile entro 15 minuti. A Vicenza, Napoli e Livorno, invece, il livello è rimasto al minimo "Charlie".
Eppure la presenza militare americana sul nostro territorio non è una novità: dura dal 1951, è regolata da accordi internazionali in parte rimasti secretati, ed è talmente radicata da essere diventata, nel corso dei decenni, quasi invisibile. Oggi quella presenza è tornata prepotentemente visibile, e con essa una domanda che riguarda tutte noi: chi decide come e quando quelle basi vengono usate?
Tutto inizia nel dopoguerra, quando l'Italia sceglie da che parte stare nella nuova geopolitica del mondo bipolare. La risposta arriva nel 1949, con l'ingresso nella NATO, e nel 1951, con la firma del primo accordo bilaterale di cooperazione militare con Washington. Lo scambio iniziale è quasi pragmatico: gli americani rimettono in sesto le infrastrutture di comunicazione militare italiane, l'Italia cede circa mille ettari di terreno tra Livorno e Pisa. Nasce così Camp Darby, inaugurata nel 1952 e intitolata al brigadiere generale William Orlando Darby, caduto sulle rive del Lago di Garda nell'aprile del 1945.
Il 1954 è l'anno chiave: viene firmato il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA), l'accordo quadro ancora oggi vigente che disciplina l'uso delle infrastrutture italiane da parte delle forze armate americane. È un documento rimasto largamente secretato, circostanza che ha alimentato polemiche trasversali per settant'anni. Come ricorda il ministro della Difesa Guido Crosetto, queste cornici giuridiche "regolamentano le attività da decenni e nessun governo ha avvertito l'esigenza di modificarle" — vale per esecutivi di ogni colore politico.
Negli anni successivi la rete si consolida: Aviano nel 1954, Sigonella nel 1959, il rafforzamento di Vicenza nel 1955. Nel 1995 arriva il Memorandum d'Intesa Italia-USA — il cosiddetto "Shell Agreement" — che aggiorna il BIA su un punto cruciale: la presenza delle basi non implica alcuna cessione di sovranità nazionale italiana.
Oggi le installazioni militari statunitensi operative in Italia sono otto, distribuite lungo tutta la penisola con funzioni complementari. Ospitano complessivamente oltre 12.000 militari, ai quali si aggiungono i più di 21.000 della VI Flotta della US Navy — con 40 navi e 175 aerei — di stanza nel Mediterraneo con base a Napoli.
Aviano (Pordenone) è il cuore dell'aviazione militare americana in Europa. Sede del 31° Fighter Wing dell'US Air Force — l'unico nel continente con due squadroni di caccia — ospita F-15, F-16 e ordigni nucleari tattici B61, parte del sistema di deterrenza NATO nei confronti della Russia. È la base americana più vicina al confine orientale del continente, ed è qui che l'allerta è salita al livello Bravo+ dal 28 febbraio.
Sigonella (Catania) è la principale base logistica nel Mediterraneo e uno dei più grandi hub dell'aviazione navale americana. È da qui che operano i droni da ricognizione avanzati — tra cui il MQ-4 Triton, con sensori capaci di rilevare dettagli che sfuggono ai satelliti — e i bireattori da ricognizione elettronica P-8, impiegati per monitorare i cieli dal Golfo Persico alle coste egiziane. Anche Sigonella è in allerta Bravo+. Del 31 marzo la notizia che Roma ha deciso di negare lo scalo nella base di Sigonella ai bombardieri americani diretti in Iran. "I rapporti non cambiano" si è affrettato a precisare Palazzo Chigi mentre il ministro della Difesa dice di aver solo fatto "rispettare gli accordi".
Camp Darby (Livorno-Pisa) è il più grande deposito di munizioni e materiale bellico americano al di fuori degli Stati Uniti. Un canale costruito negli anni consente operazioni di carico e scarico direttamente dall'interno dell'installazione, senza transitare dal porto civile di Livorno.
Vicenza ospita la 173ª Airborne Brigade Combat Team, il reparto di paracadutisti più decorato dell'esercito americano, e lo United States Army Africa (USARAF). La caserma Ederle dispone di una pista militare allungata e ristrutturata nel 2007.
Napoli è il cuore navale: sede della VI Flotta e, dal 2013, dell'Allied Joint Force Command, uno dei due principali comandi operativi NATO in Europa.
Il porto di Gaeta (Latina) funge da attracco secondario per le navi americane.
Ghedi (Brescia) ospita un deposito a supporto del 52° Fighter Wing con la presenza di testate nucleari.
A Solbiate Olona (Varese) si trova un'altra installazione dell'USAG Italia, mentre Motta di Livenza (Treviso) è una base NATO con funzioni di comando nel Nordest.
A La Spezia opera un centro di ricerca NATO specializzato nella difesa sottomarina.
Un capitolo a parte merita Cameri (Novara): pur non essendo una base americana in senso stretto, ospita l'unico polo europeo per la manutenzione degli F-35— un asset strategico di valore enorme nell'attuale conflitto, dato che i caccia di quinta generazione stanno sostenendo una parte consistente delle operazioni aeree.
È la domanda che nelle ultime settimane ha attraversato aule parlamentari, conferenze stampa e prime pagine. La risposta ruota attorno a una distinzione fondamentale.
Per le attività "non cinetiche" — logistica, rifornimento, sorveglianza aerea, trasferimenti di personale — esistono autorizzazioni tecniche già previste dagli accordi bilaterali. Il Memorandum del 1995 stabilisce che gli americani devono semplicemente informare preventivamente le autorità italiane di tutte le attività significative. Non serve un via libera esplicito del governo.
Ben diverso è il discorso per un eventuale uso delle basi per operazioni offensive: decollo di caccia per bombardamenti, lancio di missili verso obiettivi in Iran, supporto diretto a operazioni di guerra. In questo caso, come hanno dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Crosetto nelle comunicazioni alle Camere del 5 marzo 2026, la decisione spetta al governo, con un auspicabile coinvolgimento del Parlamento. Il sottosegretario Alfredo Mantovano aveva già precisato che al momento "non c'è stata richiesta di utilizzo" da parte americana.
Sullo sfondo rimane il nodo dell'articolo 11 della Costituzione, che impone all'Italia di ripudiare la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Per le opposizioni — a partire dalla segretaria del PD Elly Schlein — qualsiasi utilizzo delle basi per attaccare l'Iran sarebbe incostituzionale a prescindere. Il governo, invece, ha preferito valutare caso per caso, sottolineando come questa postura sia stata condivisa da tutti i governi della Repubblica.
Il testo originale del BIA del 1954 non è mai stato reso pubblico integralmente. Questa opacità non appartiene a un singolo governo: è una costante di settant'anni di storia repubblicana. I cable diplomatici rivelati da WikiLeaks nel 2011 avevano già mostrato come nel 2003 l'operazione dei paracadutisti di Vicenza, decollati da Aviano verso il nord Iraq, fosse stata classificata dal governo Berlusconi come semplice "operazione logistica" — non come atto di guerra. Un precedente che pesa ancora oggi.
Vale anche ricordare la dimensione europea del fenomeno: l'Italia è il secondo Paese in Europa per numero di militari americani presenti sul territorio, con oltre 12.000 unità. Solo la Germania ne ospita di più (circa 36.000). In tutto il continente sono circa 84.000 i soldati statunitensi distribuiti in 40 basi, un sistema che dalla fine della Seconda guerra mondiale non ha mai smesso di esistere, ridimensionandosi e poi espandendosi con la guerra in Ucraina prima e il conflitto in Medio Oriente ora.
Parlare di basi militari può sembrare materia da addetti ai lavori. Eppure la questione tocca temi molto concreti: la sovranità del Paese in cui viviamo, il diritto internazionale, il nostro ruolo nel mondo e — in ultima analisi — la sicurezza del territorio che abitiamo ogni giorno. Sul suolo italiano ci sono ordigni nucleari, il più grande deposito di armamenti americani al di fuori degli States, droni che sorvegliano il Mediterraneo e reparti d'élite pronti all'intervento entro un quarto d'ora. Non sono dettagli tecnici: sono il risultato di scelte politiche stratificate in settant'anni di accordi, alcune pubbliche, molte no.
Con il conflitto in Medio Oriente che continua a evolversi, conoscere questa realtà — e pretendere che il dibattito su di essa avvenga in modo trasparente e democratico — è forse il primo, necessario passo.
2026-03-07T13:07:08Z