“Il Friuli ringrazia e non dimentica“. È dalla frase simbolo della ricostruzione che si può tornare a raccontare la notte di cinquant’anni fa, quella del 6 maggio 1976, che sconvolse il Nordest dell’Italia. Alle 21:00:12, in meno di un minuto, la terra travolse paesi, case, chiese, fabbriche e vite. Il terremoto del Friuli, magnitudo 6.5, colpì l’area a nord di Udine e segnò per sempre Gemona, Venzone, Artegna, Osoppo, Buja, Tarcento, Trasaghis e molti altri centri. Fu l’Orcolat, “l’orco della terra”, come lo chiamarono i friulani. Alla fine si contarono 990 vittime, oltre centomila sfollati, migliaia di edifici distrutti o danneggiati, e un territorio intero costretto a ricominciare.
Il 6 maggio 1976 il Friuli fu colpito da una scossa violentissima, avvertita in tutto il Nord Italia e anche oltre confine, fino ai territori allora jugoslavi e all’Austria. L’epicentro venne individuato nell’area delle Alpi Giulie, tra i comuni più colpiti della fascia pedemontana friulana. L’intensità raggiunse il IX-X grado della scala Mercalli.
A rendere più pesante il bilancio contribuirono la conformazione del suolo, la posizione di molti paesi costruiti su alture e l’età avanzata di gran parte degli edifici. Il sisma colpì un Friuli fatto di borghi, campanili, case in pietra e comunità radicate. In pochi secondi crollarono pezzi di storia e di vita quotidiana. Gemona, Venzone, Artegna, Osoppo e altri centri divennero il volto della devastazione.
Quella del 6 maggio non fu una scossa isolata. Tra maggio e settembre del 1976 la terra tremò centinaia di volte. Dopo il primo colpo arrivarono nuove scosse rilevanti, fino a quelle dell’11 e del 15 settembre, che aggravarono ulteriormente i danni.
Il 15 settembre, alle 11:21, una nuova forte scossa di magnitudo 6.0 venne ripresa da un cineoperatore Rai a Gemona. Fu un’immagine destinata a entrare nella memoria del Paese. I comuni già feriti furono colpiti di nuovo. Molti abitanti vennero trasferiti negli alberghi di Grado, Lignano Sabbiadoro, Jesolo e in altre località della costa adriatica. Il Friuli si svuotò, ma non si arrese.
Il terremoto interessò un’area di circa 5.500 chilometri quadrati e una popolazione colpita stimata in 600mila abitanti. I morti furono 990. Gli sfollati superarono quota 100mila. Le case distrutte furono circa 18mila, quelle danneggiate 75mila. I danni al territorio vennero stimati in 4.500 miliardi di lire.
Furono coinvolti decine di comuni tra le province di Udine e Pordenone, con interi paesi rasi al suolo o gravemente danneggiati. Anche il patrimonio artistico e religioso subì ferite profonde. Il Duomo di Venzone, la Pieve di Osoppo, le chiese e gli antichi palazzi di San Daniele del Friuli diventarono simboli di una distruzione che non cancellò però l’identità delle comunità.
Dal dolore nacque il cosiddetto “Modello Friuli”. La ricostruzione fu rapida, rigorosa, capillare. L’8 maggio, due giorni dopo il sisma, il Consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia stanziò subito 10 miliardi di lire. Giuseppe Zamberletti, nominato commissario straordinario per l’emergenza, ebbe un ruolo centrale nel coordinamento dei soccorsi e nella gestione della fase più difficile.
Il criterio divenne una formula destinata a restare nella storia: “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”. La priorità era far ripartire il lavoro, mantenere vive le comunità, ricostruire senza disperdere le persone. Circa 40mila sfollati trascorsero l’inverno sulla costa adriatica, per poi rientrare entro il 31 marzo 1980 nei villaggi prefabbricati costruiti nei rispettivi paesi. La ricostruzione complessiva durò circa dieci anni.
Il Friuli non ricostruì soltanto muri. Ricostruì paesi, economie, legami sociali, memoria. Interi centri vennero rimessi in piedi con un metodo diventato esempio nazionale di efficienza amministrativa e responsabilità locale. A Venzone e Gemona, molte pietre furono raccolte, numerate e ricollocate al loro posto con la tecnica dell’anastilosi. Un lavoro paziente, quasi ostinato, per restituire forma alla storia.
Il terremoto contribuì anche a dare impulso alla nascita di una moderna Protezione civile italiana. Il disastro mostrò quanto fossero necessari coordinamento, tempestività, strutture operative e capacità di risposta. Da quella tragedia nacque una lezione civile che ancora oggi viene richiamata quando si parla di emergenze e ricostruzioni.
Nel cinquantesimo anniversario il Friuli torna a fermarsi davanti alla propria storia. Rai Cultura dedica al sisma lo speciale “6 maggio 1976. Terremoto in Friuli”, con immagini dalle Teche Rai e materiali del Museo Tiere Motus dell’Associazione dei Comuni terremotati e dei Sindaci della ricostruzione, nel borgo medievale di Venzone. Tra i contenuti anche le simulazioni in 3D della caduta del Duomo di Venzone realizzate dall’Hci Lab dell’Università di Udine.
A Gemona è previsto il sorvolo delle Frecce Tricolori durante la riunione straordinaria del Consiglio regionale. Nello stesso giorno, a Udine, viene presentato anche un francobollo commemorativo dedicato al cinquantesimo anniversario del terremoto.
Mezzo secolo dopo, il Friuli resta il luogo di una tragedia immensa e di una rinascita diventata racconto nazionale. E la frase che accompagnò il dopo-sisma conserva ancora oggi tutta la sua forza: “Il Friuli ringrazia e non dimentica”.